FRA GIUDIZI E GIUDIZIO
PRIMA CORINZI 4:3-4
” A me poi pochissimo importa di essere giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, io non giudico neppure me stesso. Infatti non sono consapevole di alcuna colpa, ma non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore!”
Conosciamo bene la vita dell’apostolo Paolo, la sua gioventù alla scuola di Gamaliele la sua persecuzione verso i cristiani, la conversione sulla via di Damasco e la sua conseguente vita di servizio e sofferenza al seguito del Signore Gesù (2 Corinzi 11:23-28). Ma mentre noi oggi riveriamo un tale uomo, troviamo che al tempo della sua vita da molti non fu accettato e rispettato e fu costretto a difendere il suo apostolato (1 Corinzi 15:8-11; 2 Corinzi 10:8-18) in modo conforme alle previsioni divine (Atti 9:15-16).
Nel nostro testo l’apostolo Paolo cita una delle tante espressioni di ostilità nei suoi confronti: i giudizi e le critiche. In questi due versetti l’apostolo usa per ben tre volte il verbo “anakrino“, “giudicare”. Viene riferito a Dio (vers. 4), a Paolo che personalmente non si giudica neppure (vers. 3) e a chi giudica e critica facilmente le sue esperienze e inclinazioni. Dobbiamo notare che il verbo “anakrino” non indica un giudizio definitivo, ma la semplice e formale istruttoria che poi porta ad un giudizio definitivo. Anche l’indagine di Dio è al momento preliminare, ma diventerà definitiva (“krinò“) al tempo opportuno, quando saranno manifestate le intenzioni dei cuori (1 Corinzi 4:5).
Dal contesto traiamo l’idea di come l’apostolo si poneva davanti alle critiche dei credenti. Egli si definisce “ministro di Cristo” e “amministratore dei misteri di Dio” (1 Corinzi 4:1).
Per indicare il suo servizio non usa il termine “diakonos” (1 Corinzi 3:5), ma “huperetes“, che adopera solo in questo testo. Mentre il primo si riferisce ad un servizio in generale, riconosciuto ed apprezzato, il secondo indica chi, su una nave del tempo, remava in un’ordine inferiore, in una posizione di lavoro faticoso, trascurato e molto umile.
In secondo luogo, Paolo si ritiene un “amministratore” (“oikonomos“) di Dio. Non ha nulla di suo, ma è responsabile di quanto il Signore gli ha affidato. Il suo impegno non è di ascoltare il parere o le critiche degli altri, ma di essere trovato fedele dal suo Signore (Luca 12:42).
La sua umiltà di servitore e la sua responsabilità di amministratore lo portano ad una seria e profonda analisi di se stesso e del suo operato e a rallegrarsi di non avere coscienza di alcuna colpa, ma nella consapevolezza di essere un semplice uomo non si fida di se stesso e si rimette completamente al giudizio divino.
Paolo non è interessato ad un giudizio o ad un parere umano ma attende il giorno (tribunale umano = giorno umano – 1 Corinzi 3:13) in cui il Signore giudicherà le sue azioni. Il Signore è il vero giudice. Inutilmente valutiamo il nostro o l’altrui operato. “La nostra buona opera resta completamente nascosta ai nostri occhi …. solo Dio conosce la nostra buona opera …. In futuro Cristo ci manifesterà le buone opere che non conoscevamo e che Dio ha prodotto in noi. Sono il suo dono!” (Dietrich Bonhoeffer).
Infine il nostro testo ci conduce a considerare e a realizzare che come cristiani, servi e amministratori di Dio siamo responsabili solo nei confronti del nostro divino Signore (Romani 14:4). A Lui dovremo rendere conto della nostra vita e del nostro impegno. Qualsiasi altra opinione è irrilevante, sia nostra che di altri, sia positiva (che può condurre all’esaltazione), che negativa (che porta allo scoraggiamento). Ricordiamo che il vero, giusto giudice è il Signore!
I giudizi, le opinioni, le critiche che subiva l’apostolo Paolo e che potremmo ricevere anche noi, cadono sotto la condanna del Signore (Matteo 7:1-5). Giudizi superficiali, spesso ipocriti, quasi sempre ingiusti, mentre il Signore ci invita al discernimento spirituale, al criterio santo per distinguere ciò che viene da Dio da ciò che è profano e impuro. (Matteo 7:6; 15-20).
Da tutto questo emerge l’esortazione a non prestare il fianco al diavolo per diventare come lui un accusatore, ma a rimettersi umilmente e pazientemente al giudizio del Signore che metterà in luce le tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori (1 Corinzi 4:5).
“Preghiamo che lo Spirito Santo abbia il dominio sulla nostra vita e ci insegni che le offese, le ingiuste accuse e le minacce che gli uomini possono indirizzarci debbono lasciarci indifferenti perchè, se abbiamo una buona coscienza davanti al Signore, non ci disonorano, non ci limitano, non ci impoveriscono, ma saranno di danno solo per coloro che le esprimono” (Carlo Bertinelli).
(Carlo Bertinelli)
